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La satira politica nella storia

imagesLa satira (dal latino satura lanx,il vassoio riempito di offerte agli dei) è una forma libera  del teatro, un genere della letteratura e di altre arti caratterizzata dall’attenzione alla politica e alla società, mostrando le contraddizioni e incentivando il cambiamento.

Basata su sarcasmo, ironia, trasgressione, dissacrazione e paradosso, la satira politica sceglie come bersaglio i potenti del momento; anzi più in alto si colloca il destinatario del messaggio satirico, maggiore è l’interesse manifestato da pubblico. Quella politica, infatti, è di gran lunga il tipo di satira che raccoglie maggior interesse e consenso da parte del pubblico.

Essendo una forma d’arte, il diritto di satira trova riconoscimento nell’art. 33 della Costituzione, che sancisce la libertà d’arte, ma è una forma d’arte particolare, perché il contenuto tipico del messaggio satirico è lo sbeffeggiamento del suo destinatario, che viene spesso collocato in una situazione grottesca e comica. La satira politica mette in ridicolo il personaggio al di sopra di tutti, l’intoccabile per definizione. Esalta i difetti dell’uomo pubblico ponendolo allo stesso piano dell’uomo medio.

08Da questo punto di vista, la satira politica è un eccellente veicolo di democrazia, perché diventa l’applicazione del principio di uguaglianza.

È una composizione che rivela e colpisce con col ridicolo concezioni, passioni, modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l’umanità, o caratteristici di una categoria di persone o anche di un solo individuo, che contrastano e discordano dalla morale comune o dall’ideale etico di chi fa satira.

I testi sono scritti per lo più in esametri e coliambi, anche se è molto usata la narrativa e la diatriba. Il linguaggio per tutti gli autori è il sermo vulgaris, anche se il sermo di Lucilio è molto più grezzo di quello oraziano, che a sua volta è agli antipodi di quello di Petronio. Per una comprensione più facile si può considerare Lucilio il precursore della satira e dunque i suoi temi e stili sono stati ripresi dagli altri scrittori come evoluzioni da questa base di partenza.

Già dall’Antica Grecia la satira è sempre stata fortemente politica, occupandosi degli eventi di stretta attualità per la città (la polis); fu proprio il dramma satiresco a dare origine al genere, ma è la commedia di Aristofane quella che rende la satira politica molto importante nel mondo greco. Nelle sue commedie, il poeta mostra una capacità incredibile di tuffarsii nel reale, di smascherare le ipocrisie, di suscitare la risata con una battuta rapida, con pungenti e taglienti frecciate, con caricature inesorabili, con l’invenzione grottesca e con l’insulto verso i personaggi più eminenti e di spicco della polis.

Infatti, prima ancora che si avesse la parola satira, nata a Roma, le satire si possono ravvisare nel silli e nelle diatribe dei filosofi stoici e cinici Greci, in particolare di Menippo (sec. III a.C.) ideatore di  quella singolare composizione mista di prosa e versi che da lui prese il nome di satira menippea e in certi aspetti della commedia ateniese antica.

Ma la satira è un genere tipicamente romano: “Satura quidem tota nostra est” come direbbe Quintiliano.

Primo autore di saturae letterarie fu Ennio (sec. III e II a. C.), ma il vero fondatore, colui che creò la satira propriamente detta, fu Lucilio, che ne fece uno strumento di critica delle vanità umane e dei vizi della società introducendo riferimenti personali: tipici divennero con lui anche il verso esametro e lo stile colloquiale. Lucilio diede alla satira un’impronta aggressiva, muove critiche contro la corruzione pubblica e privata e deride ogni genere di vizio.

Orazio, Persio e Giovenale seguirono le orme di Lucilio, così Quintiliano poté a buon diritto affermare che la satira era un genere letterario tutto latino. Orazio con le sue Satire (65-8 a. C.) si è confermato il massimo autore del genere a Roma. Si distacca dallo spirito aggressivo della satira luciliana: in due libri di satira, che chiamò Sermones, egli espresse il suo duro giudizio sulle follie degli uomini, in particolare nell’ambito politico, osservate con ironico distacco e attraverso gli attacchi nei confronti dei personaggi politici più in vista del suo tempo contrappone l’ironica rappresentazione dei difetti e delle miserie degli uomini. I discorsi che Orazio propone nella sua satira si sviluppano attraverso un umorismo educato e garbato, che si allontana dalla comicità tradizionale latina ma si fonda su battute e spesso su un linguaggio aulico nelle descrizioni di situazioni ridicole.

Nel primo secolo dell’impero, scrissero satira Persio e Giovenale: il primo seguace dello stoicismo, visse in età neroniana e, pur evidenziando evidenti affinità con la satira di Orazio, condanna anche i più piccoli vizi dell’uomo. Il poeta è un ammiratore della satira di Lucilio ma i suoi versi mancano dell’aggressività verbale contro gli uomini potenti e corrotti evitando ogni riferimento ai problemi della vita politica.

Giovenale, calandosi a fondo nella realtà del tempo, descrisse la Roma imperiale corrotta e viziosa. Persio, Giovenale e soprattutto Orazio, furono a loro volta i modelli tenuti presenti dai satirici di tutti i tempi, ai quali bisogna aggiungere Marziale per la forma rapida e brillante dell’epigramma. Seneca e Petronio (quest’ultimo con il Satyricon, parodia del romanzo greco e spietato ritratto della società del suo tempo) costruiscono i precedenti del saggio e del romanzo satirico moderni.

Nel Medioevo, la satira perde  gli antichi modelli strutturali e metrici, trovando invece espressione in forme poetiche diverse, create per altri scopi e altre destinazioni: dal ritmo latino alla profezia, dall’epistola alla visione, dalla danza macabra al testamento e alla tenzone,la funzione censoria e la vena satirica greca e romana trovarono nuova linfa nelle particolari condizioni politiche, sociali e religiose; si ebbe perciò una satira politica, morale, antifemminile e del costume. La satira politica si trova maggiormente nei trovatori provenzali, nelle poesie di Walter von Vogelweide e di Guittone d’Arezzo, Jacopone da Todi, Dante e Petrarca. In quest’epoca si predilesse la satira allegorica, che assunse gli animali come esempi del carattere umano.

Nel Rinascimento, si face ampio uso della satira nella poesia orale giullaresca di cui ci sono pervenuti alcuni frammenti scritti; in particolare, in Dante,  va notato l’utilizzo del registro comico realistico nei confronti delle personalità che lo avevano disconosciuto ed esiliato, fino a criticare la società in cui viveva.

In questo periodo la satira politica divenne roccaforte del classicismo conservatore, e perse i suoi caratteri di genere letterario: per ritrovare la tradizionale struttura della satira classica, bisogna tornare in Italia e conoscere le 17 Satire di Alfieri.

Nel Cinquecento, autore di satira fu Ludovico Ariosto, anche se tra il Cinquecento e il Settecento, la letteratura satirica in Italia produce ben poco.

Nei primi due decenni del secolo scorso, Palazzeschi è il poeta più rappresentativo, insieme a Calvino e Rodari, che sarà un punto di riferimento per i giovani del dopoguerra.

Un notevole contributo satirico nel Novecento lo hanno dato Pirandello e Svevo con la sferzante ironia nei confronti della classe politica di quel tempo.

Nel dopoguerra, con l’avvento della Repubblica e il ritorno sulla scena dei partiti politici, il filone della poesia satirica nei decenni successivi ha un notevole sviluppo perché cambiano le condizioni politiche e sociali. Con la nuova aria di libertà avviene un cambiamento con relativa crescita economica e sociale, con costumi di vita in continua evoluzione e quindi con l’instaurarsi di una morale differente da quella tradizionale e non più corrispondente ai tempi resi più dinamici dalla tecnologia e dalla scienza.

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